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Storia

Tratto dal libro "Petronà tra cronaca e storia " del Prof. Fiore Scalzi

 

La posizione geografica:

Il visitatore che si inoltra sul fianco Sud orientale della Sila Piccola è accolto nei mesi primaverili e estivi dal verde intenso dei castagni secolari che fanno corona alla incantevole cittadina di Petronà.

Posto l'abitato su un ripiano ampio e vario, a 880 m. di altitudine, si propende come un terrazzo sul Marchesato; l'occhio spazia su un paesaggio mutevole, ora verde di olivi e di vigneti, ora brullo nelle sue tipiche collinette, quasi dune, nei suoi colli su cui si adagiano i centri di Marcedusa, Filippa, Mesoraca, Roccabernarda, Scandale, S. Mauro Marchesato ed in lontananza, Strongoli, Cutro e Isola Caporizzuto con Le Castella.

E' dato scorgere nelle giornate limpide le acque dello Ionio che lambiscono Capo delle Colonne.

Il torrente Nasari e il Potamo, il nome ci schiude tutta una civiltà che nella toponomastica sopravvive più prepotente, segnano i limiti con la vicina Cerva ed il più grosso centro abitato di Mesoraca.

Tra i due corsi d'acqua tanto preziosa, su cui versano torrentelli e burroni, innumerevoli terrazzi densi di alberi da frutto e di colture ortofrutticole varie, fanno aureola alla cittadina che si nasconde d'estate tra il verde intenso e salutare di cui si ammanta. Fresche fonti sgorgano tra i vetusti castagni.

Il monte Giove, a breve distanza, si imbianca di neve per alcuni periodi dell'anno e fa corona, insieme con Malavista, il "Vucciari" ed i colli dell'Amenta al piccolo centro montano.

L'aspetto urbanistico, la toponomastica, l'intricato labirinto delle viuzze interne legati tutti alle vicende di una popolazione georgico-pastorale convincono, anche il più sprovveduto osservatore, della estraneità di Petronà alle vicende Medievali e premedievali di tanti centri abitati del Marchesato cui è legato esclusivamente da fattori geogratici.

Non ha molto in comune con la stessa frazione Arietta che, sorta notevolmente più in basso, pare abbia una origine assai più remota: si affferma che ha ospitato i soldati di Annibale che vi si attendarono. (Di qui l'antico nome di Città delle Tende).

Il nome del resto di alcune località come "Battaglia", "Difesa", il ritrovamento di antiche monete e cocci di vasi di terracotta di notevole interesse fanno Arietta testimone di ben più remoti eventi.

 

Le origini e la lingua:

Petronà ha una "sua" storia, anche se di pochi secoli; è una isola linguistica ed etnica nell'ampia area dell'Alto Crotonese, ha una "sua" cultura, nel senso più ampio della parola, notevolmente più sgombra di residui medievali rispetto ai paesi limitrofi.

E' una cultura nata dal diuturno sforzo di sottrarsi al bisogno, attraverso una tipica solidarietà condadina, tesa sempre all'elevazione sociale e morale dei suoi figli.

Le prime umili abitazioni sorsero nel cuore dell'attuale centro storico, oggi rione "Valle", in territorio di Mesoraca, nella prima metà del '700. "Villaggio d'aria buona, feudo della casa Altemps (di Mesoraca)" lo definisce Giuseppe Maria Alfano nella sua "Istorica descrizione del regno di Napoli, anno 1795" e aggiunge che a fine settecento contava 874 anime.

In realtà l'ultimo intestatario feudale della baronia di Mesoraca e dei casali di Arietta, Petronà e Marcedusa fu Marco Sittico Altemps.

Non lontano da Mesoraca che poco più di dieci Km, resta il piccolo nucleo abitato di pastori e contadini estraneo ad una autentica simbiosi con l'antico centro di cui è territorio.

E' soggiorno ambito invece, per l'abbandonza dei pascoli montani, dei pastori provenienti dall'altopiano della Sila: da Colosimi,, Decollatura, Soveria Mannelli, Serrastretta, Parenti, Carlopoli, Panettieri, Castagna e Conflenti. Sono pastori e contadini che portano con sè tradizioni agricolo-pastorali, tenacia ed intraprendenza, sempre fide amiche del bisogno.La parlata petronese, inconfondibilemente silana, è rimasta incontaminata, anche per via del secolare isolamento geografico, e fedele alle sue origini.

 

Il nome e le prime vicende di Petronà

Si crede, ma è tradizione non molto convincente, che il nome di Petron sia legato alla notorietà di un contadino di nome Pietro, presso il quale si recavano pastori e contadini della zona a comprare fieno ed altri prodotti della terra.

"Andiamo da Pietro ca nnà (Pietro ne ha), si diceva, e la frase ripetuta ed abusata avrebbe dato il nome al luogo.Il contadino abitava quella che alcuni considerano una delle prime case del villaggio, nell'attuale piazza Valle.

Discorsi con quanto vuole la tradizione sopra citata sono autorevoli studiosi.

G. Rohlfs nel suo dizionario toponomastico, alla voce Petronà scrive: "Comune di Catanzaro: gia Petrania fino al 1861; cfr Petronas, toponimo di Scarpanto (Grecia)".

E' importante considerare il vecchio toponimo Petrania fino al 1861. Petrania (petra con la desinenza nia o ia) significherebbe "Pietraia" o luogo di pietra.

A conforto di questa tesi sarebbe la presenza nel primitivo centro abitato di numerosi luoghi rocciosi, pietrosi. E' vivo ancora d'altra parte il toponimo"Pietrarizzo" (pietraia) su cui sono appollaiate tante attuale casette del paese.

E' interessante notare che il primitivo toponimo è menzionato dal noto studioso Giovanni Alessio nel suo "Saggio di toponomastica". L'Alessio collega il toponimo Petronà con quello greco contrada Karpanthos.

Egli peraltro riferisce che nel "Sjllabus Graecarum membranorum" preziosa raccolta di pergamene greche, diplomi ed atti notarili dei secolti XI-XIV, appartenenti alla Calabria, di F. Trinchera, è contenuto un documento del 1054 in cui si menziona appunto "Petronas".

Il toponimo dunque è abbastanza antico. Non è azzardato collegarlo alla toponomatica greca. Petra è nome di un passo della Grecia, ritorna in Petralia (Sicilia), si conserva in Petrania.

L'abitato è esteso abbastanza alla fine del Settecento e tale da potere ambire all'autonomia comunale per il numero di abitanti.

L'ordinamento amministrativo disposto dai Francesi, per decreto 4 maggio 1811, istitutivo dei Comuni, lo riconosce fra primi, assegnandogli come frazione il borgo di Arietta e lo comprende nella giurisdizione di Policastro.Sotto i Borboni appartiene alla provincia di Calabria Ulteriore Seconda, Distretto di Crotone, Circondario di Policastro.

Il numero degli abitanti è in costante aumento: 874 intorno alla fine del Settecento; 1.549 nel 1815; 2.506 nel 1.849; 2334 nel 1861; 2.723 nel 1.901; 3.106 nel 1.921; 3051 nel 1936; 3485 nel 1961; 3.132 nel 1975. Nell'ultimo censimento ISTAT del 2001 la popolazione effettivamente residente è di 3010.

Dalle cifre sopra riportate risulta molto evidente che l'incremento demografico segue un andamento normale fino al 1881: in un secolo la popolazione si è quasi triplicata. Dalla fine dell'Ottocento il paese è interessato, come tantissimi piccoli centri del Sud, dall'esodo delle masse contadine verso i paesi del Sud e del Nord America: dal 1881 al 1961(ottanta anni) il numero degli abitanti aumenta di appena 708 unità; decresce addirittura dal 1951 al 1961 e, in seguito all'imponente fenomeno di migrazione interna verso il triangolo industriale del Nord Italia si arriva ad una diminuzione di circa 400 unità nel 1975.

L'emigrazione transoceanica dei primi del Novecento interessa gli strati più umili dalla popolazione, spinta dal desiderio di sottrarsi alla miseria.

"Soltanto negli Stati Uniti vi furono in quel periodo (tra il 1880 ed il 1914) 17 milioni di immigrati, di cui 15 milioni vi si insediarono stabilmente. Erano in grande maggioranza contadini poveri e analfabeti (di cui oltre 4 milioni provenienti dall'Italia del sud) che furono impiegati nei lavori stradali e ferroviari e nell'industria ediliza in un momento in cui la richiesta di manodopera in quei settori dell'economia Americana era enorme".

Fra Petronà ed il nuovo mondo si stabilisce un ponte ideale: affetti mai spenti, sogni da appagare. Le semplici lettere che legano quanti sono rimasti in paese e coloro che sono partiti sono un'epoca di sofferenza e di martirio.

Per molti è difficile anche partire: c'e' da affrontare l'enorme spesa del viaggio. Si deve ricorrere alla generosità di amici più ricchi, si vende il campicello o la casa e si parte confortarti dalla speranza di comprarne una più grande al ritorno. Giovani avvenenti e coraggiose "chiamate" da parenti già partiti vanno a sposarsi con ignoti pretendenti d'oltreoceano. Le rimesse, le "pezze" (pesos), i dollari, alleviano la sofferenza di chi resta, si dilata il patrimonio familiare, già modesto, sei più laboriosi e sagaci.

Chi ritorna fa parte tra tanta miseria di una classe di nuovi ricchi tenacemente decisi a conservare il frutto di lustri di fatica e di patimenti. Dall'America del Nord ritornano in pochi e dopo più lunga permanenza, oggetto di ammirazione e di emulazione ad un tempo. I giovani reduci possono aspirare a matrimoni più prestigiosi con le notabili del luogo, dimentichi delle umili origini del pretendente. Si verifica inevitabilmente un'ascesa sociale ed un travaso altrimenti non concepibile.

 

La Religione

La religiosità dei Petronesiè tradizionalmente viva ed operosa, schiva però di manifestazioni di fanatismo cui sono inclini popolazioni di qualche centro limitrofo.

Scaturita dal naturale bisogno di comunicare col divino e di solidarizzare col prossimo, la vita religiosa è intensa, anche nei primi secoli della storia del paese, come risulta da documenti, cronache e dalla tradizione orale.

I contadini e pastori della Sila portarono nel nascente borgo la pietà fiduciosa e generosa di una gente che lotta col bisogno e le difficoltà di un'esistenza dura e difficile. Del resto il mondo dei contadini, a contatto coi prodigi della natura e i miracoli della terra generosa, è il più incline ad una "pietas" autenticamente vissuta.

Particolarmente radicato e sentito è stato, ed è ancora, il cultuo per la Madonna della Cona detta anche di Costantinopoli.

Scaturito dal bisogno dell'aiuto della Vergine esso si irradia nei paesi circostanti per la copia di prodigi e di miracoli attribuiti al suo intervento.

Costituisce questo culto, tra l'altro, motivo di orgoglio direi quasi campalistico come sovente avviene per il culto dei Santi e motivo di attrazione per le popolazioni dei centri vicini.

Il nome di "Madonna della Cona" è dovuto al ritrovamento nel luogo(un vasto pianoro sito ad un Km circa a Nord del primitivo nucleo abitativo) di un immagine della Madonna di Porto, chiamata anche di Costantinopoli che si venera in Gimigliano.

Impropriamente veniva e viene ancora indicata col nome di "cona" la nicchia o tempietto o edicola contenente la immagine di cui si è detto.

La nicchia oggi è incastrata nell'altare della chiesetta che vi sorse ai promordi del borgo, con attiguo rifiugio per il custode, chiamato comunemente eremita.

La chiesetta, rialzata ed allungata mentre era custode l'eremita 'fra Vitaliano la cui vestizione avvenne mentre era Arciprete il Reverendo don Nicola Rizzuti, dopo il 1813, fu nel 1939 restaurata e sopraelevata di un metro circa per iniziativa dell'Arciprete don Giorgio Pascuzzi, allora giovane sacerdote, devotissimo della Madonna della Cona. Vi fu larghissimo e generoso concorso di fedeli che contribuirono, come afferma lo stesso parroco, con denaro, materiale e prestazione d'opera.

Come dice l'allora parroco particolarmente edificante fu l'offerta delle travi fatta da un certo Filippo di Michele (così era noto ai più). Devoto e pio com'era, cos' disse il parroco che chiedeva la concessione di tagliare altre travi, pur avendone già date ben dodici:"la proprietà è di Dio, non nostra, noi siamo solo usufruttuari; andate e tagliate quante travi occorrono ancora". Il trasporto della pietra avvenne, sul dorso d'asino, a spalla dei fedeli dalla sovrastante zona della Carcarula e Malopasso. Erano schiere di giovani e di adulti pieni di entusiasmo e di fede nella Madonna della Cona.

Estusiasmi questi che non vanno dimenticati nè spregiati ad edificazione di quanti, ai nostri giorni potrebbero stupirsi di queste intense ed intime gioie dello spirito che solo l'autentico slancio della fede può dare. L'attenzione per la Chiesetta indusse il Reverendo Pascuzzi ad effettuare altre modeste opere: nel 1954 fu ricostruito il campanile, fu decorato l'altare e rifatto il pavimento. Sul campanile fu sistemata definitivamente la campana grande, fusa nel 1880 in Milano a spese e voto della devota Scalzi Serafina "Frascara" per cura del Sindaco di allora Luigi Grandinetti fu Francesco.

Notizie molto interessanti sul culto della Madonna della Cona, sulla statua oggi conservata nella chiesetta, sui fatti prodigiosi attribuiti alla Sua intercessione, sono contenute in un interessante manoscritto trovato nel 1956 dal Reverendo Arciprete don Giorgio Pascuzzi tra le carte del defunto padre, devotissimo della Madonna.

Il manoscritto, mutilo delle prime centoventisei pagine e di un numero non precisabile alla fine, contiene il racconto un po enfatico, ma pregnante di devozione , dei prodigi attribuiti alla Madonna dal IV al XIX (prodigio).

Le pagine conservate vanno dalla 127* alla 180*, sono scritte in stile non spregevole da persona abbastanza colta con apprezzabile scrupolosità e ossequio ai particolari con l'intento evidentemente edificatorio.

L'ignoto autore del manoscritto (pare tuttavia fosse un maestro di scuola di nome "Nuzziante" (Nunziante) afferma a pag. 159 che "scriverà la prima copia del presente opuscolo dedicato alla Contessa Marianna di Fusco in Valle di Pompei e questa nel suo gradimento, mostrò dispiacimento a non poterlo, per allora, porlo alle stampe perchè piccini quei tipografi".

La narrazione dei prodigi cui è dedicata tutta la parte pervenutaci del manoscritto, offre notizie utili intorno alla vita della comunità petronese del tempo, all'attività degli eremiti e custodi della chiesetta, alla scultura della statua della Madonna ed al suo trasporto e trionfale ingresso in Petronà.

Dice il manoscritto che la statua fu scolpita in Serra S. Bruno, da ignoto artista, al tempo di fra Vitaliano, essendo Sindaco Gian Tommaso Perri. Continua con riferimento che, secondo quanto si raccontava, lo scultore aveva su commissione portato a termine due statue della Madonna, una per Petronà e l'altra per Rocca di Tacina (Roccabernarda). Quando il Sindaco di Petronà si recò a Serra S. Bruno per consegnarsi la statua vi trovò pure il Sindaco di Rocca. Le statue erano belle ambedue, ma una era più espressiva e l'esecuzione più accurata. Ambedue i Sindaci si contendevano la migliore e il buon artista si interpose per comporre la controversia. Si legge nel manoscritto che intervenne benevolmente dicendo: "Signori: voi ben conoscete ch'io sto contentando del magro compenso di quattro carlini (quattro carlini corrispondono a L. 1,70. Un carlino corrisponde a L.0,425) al giorno, a non gratirarvi di enorme spesato tanto più che n'è lungo il tragitto di trasporto e voi volete intraprendervi causa civile da non mai estinguersi?!!"

Propone quindi la seguente risoluzione: i carri trainati dai buoi sarebberero lasciati senza guida qualche chilometro prima del luogo in cui le strade si sarebbero biforcate;  una per Petronà e l'altra per Rocca, lasciando così alla Madonna la scelta. Cos' fu fatto. Un carro prese la via per la Rocca e l'altro, che portava la statua più bella, si diresse verso Petronà. Questo avvenne in località "Pedale di Mazza".

Il racconto dell'ignoto autore del manoscritto divenne suggestivo e solenne quando rievoca l'accoglienza trionfale della statua da parte del popolo di Petronà.

Ecco la suggestiva narrazione:"L'arciprete d'allora, don Nicola Rizzuti col clero e croce d'esso; il Priore con i suoi uffiziali, con l'intiera confraternita del SS. Rosario pallio e stendardo, tamburi, campanelli e zampogne più i flauti di canna; nella stessa via grande: aperta la cassa venne con solenne rito benedetta la statua e afforzata nella apposita bara scesasi pure dal Paese: il clero intonò il Te Deum alla Madre SS. di Costantinopoli d'averci prodigiosamenente mandato la migliore delle due statue,  sana in tutta la sua forma, con canti di varii salmi e la confraternita col popolo cantavano più Rosarii fin dal Paese.

Il solerte Cap'Urbano, con le sue guardie, che strada facendo avevano sparato fucilate di gioia al cielo e tenuto un silenzioso ordine per la campagna, lo mantenne similmente nell'abitato. E dove posava la statua per riposarsi i portanti venivan fatte salve di mortaretti.... con doni di cere, vettovaglie diverse, con lacrime di gioia alla nuova aggiunta Madre di Dio e nostra Costantinopolitana".

La dovizia dei particolari ed il pathos che anima la narrazione ne fanno una pagina veramente bella e degna di essere tramandata alla pietà dei Petronesi.

Nel manoscritto c'è una larga scelta di prodigi, da interpretare sopratutto come testimonianza di fede di un popolo che ha trovato nella "sua" Madonna sicuro rifugio e conforto nelle sofferenze della vita.

Sono a tutti noti, forse un pò meno ai giovanissimi cui il presente modesto lavoro è destinato soprattutto, i voti frequenti fatti dalla Madonna della Cona. L'altare della chiesetta nel corso ed immediatamente dopo la prima e la seconda guerra mondiale era lettermente coperto costellato da fotografie di soldati che madri e spose, in angosciosa attesa, andavano a porre sotto il gran manto della Vergine.

La fede quando c'e' ed è autentica, è l'approdo delle anime dei semplici e dei dotti, sicura conquista di una umanità pietosa di se stessa e d'altrui. Generose le offerte che i fedeli di Petronà facevano agli eremiti questuanti: fra Domenico da Maranise, fra Vitaliano, fra Giuseppe Rocca, fra Tommaso Mazzei. L'ultimo custode del Santuario non rivestiva il saio dell'eremita:era un certo Petrizzi Romualdo, chiamato comunemente Orazio, di professione pastore, ammogliato.

 

Il Brigantaggio

 La plurisecolare povertà ha fatto si che le nostre terre fossero infestate già alcuni secoli fa da organizzazioni clandestine, capaci di turbare la vite delle popolazioni meridionali. Si sa che fin dal 1500 la Calabria era "produttrice di briganti ancor più che di seta".

E' sempre aperto il discorso sul ruolo sociale o politico che il brigantaggio meridionale ha avuto nel corso dell'Ottocento.

G. Cingari insiste sugli aspetti sociali del fenomeno. Egli afferma che: "il brigante, nella reatlà come nella leggenda, assumeva agli occhi del ceto contadino un ruolo sociale, tutt'opposto al codice e ai comportamenti dell'ordinamento statale locale".

Riferendoci ad epoca più remota lo studioso F. Brandel non trascura le implicanze sociali nelle attività brigantesche, insistendo sul nesso miseria-banditismo.

Per l'ampiezza dell'area interessata, per la complessità dell'organizzazione, è importante il momento del brigantaggio anti-francese cha va dal 1806 al 1810. In questo momento nasce "come risposta all'appello politico borbonico" e poi "si trasforma in fatto criminale".

Per rendersi conto dell'ampiezza dell'esplosione brigantesca basta pensare che in Calabria, nell'estate del 1810, operavano quasi 3000 briganti, dei quali 1000 in Calabria Citra, gli altri 2000 tra Reggio e Catanzaro con tre bande di 700, 400, 300 briganti capeggiati da Bizzarro, Ciccio Perri e Ronca.

E' protagonista della repressione del brigantaggio antifrancese in noto Manhès, entrato anche lui nella leggenda per la efficacia, rapidità dell'intervento con cui stronca il dilagare del fenomeno. Non si può immaginare una Calabria pacifica negli anni che siguono immediatamente l'epoca murattiniana. Le tensioni sociali, miste a sollecitazioni politiche ed economiche favoriscono il diffondersi di una criminalità diversa, meno organizzata ma presente nel tessuto della società meridionale. F.S. Nitti afferma che dopo Manhès e sino al 1860 "fatta qualche eccezione il brigantaggio torna ad essere malandrinaggio".

Il brigantaggio post-unitario ha caratteristiche nuove, motivazioni diverse che non prescindono mai dal conflittuale contrasto tra borghesia e mondo contadino, tradizionalmente povero e ignorante.

Nelle campagne si va facendo sempre più inconciliabile l'interesse delle masse derelitte e dei borghesi gelosi della relativa prosperità acquisita.

I borghesi, per evitare che nulla cambi si appoggiano ai Piemontesi e alle nuove strutture dello Stato Unitario. Scrive G. Cingari: " la borghesia proprietaria si affidò al sostegno Piemontese, non solo per fronteggiare la spinta democratica, ma per affermare quei diritti e interessi che le provenivano dalla contrastata vicenda post murattiana".

Il brigantaggio che sul primo manifestarsi pareva "una associazione di ladri e di contumaci alla leva .....si era trasformata in una pianta dalle radici profonde".

F. Molfese nel suo libro "Storia del brigantaggio", insiste sull'aspetto economico e sociale del brigantaggio post-unitario fino agli inizi del Novecento. Egli dà ampia documentazione del modo di vedere di insigni studiosi come Fortunato, Nitti, Salvemini, Gramsci del carattere essenziale di sollevazione e di rivolta contadina....in cui giocò sopratutto l'elemento psicologico di un diffuso stato d'animi esasperati dall'ultima delusione dell'avventuara Garibaldina cui seguì non l'avvento della "giustizia" tanto attesa e ritenuta ormai certa, ma uno scandaloso, più che mai offensivo rafforzamento della situazione di privilegio della borghesia possidente e dirigente, dei cosidetti popolarmente "galantuomini". Vengono in genere trascurati gli aspetti propriamente politici, specie negli anni che seguono i primi entusiasmi per l'avvenura proclamazione del Regno.

Scrive G. Isnardi a tal proposito ."gli aspetti, borbonicamente, legittimisticamente politici, nel senso di una restaurazione per volontà, anche se non sopratutto del popolo, del brigantaggio, appaiono in realtà di importanza affatto secondaria e, se mai, limitati al primo periodo (1861-1862) del tristemente famoso fenomeno.

E' la fame di terra, il desiderio di spezzare le catene della servitù e della fame che è alla radice di una generazione rivolta con "preponderante carattere di lotta economica sociale avente le sue cause lontane e vicine nella secolarmente insoddisfatta "fame di terra" e nel risentimento pronto a manifestarsi in forme già abitualmente violente contro gli usurpatori borghesi.

Il brigantaggio interessa tanti nostri piccoli centri del Sud, alimentato dalla secolare frustrazione, dall'ignoranza, dell'insofferenza per le ingiustizie e dal bisogno. Spirito di avventura e consapevolezza di problemi si compenetrano.

Non aggiungiamo molto a quanto si sa sul fenomeno del brigantaggio citando qualche luogo del già menzionato manoscritto dell'archivio parrocchiale

Si tratta di giudizi e notizie abbastanza interessanti tuttavia. Ecco un passo:

"allorchè nel biennio 1860-1861 suscitava terribile brignantaggio con iscopo e pretesto a difendere il Borbone, molti giovanotti sfaccendati e nemici del lavoro e della pace delle proprie famiglie e della Patria s'univano alle varie bande di volontari e latitanti briganti, imputati di enormi delitti, ecc.".

E' una interpretazione piuttosto sbrigativa e restrittiva del fenomeno, ma molto interessante per chi vuole immergersi nella temperie dell'epoca, respirarne l'aria, riviverne ansie ed angustie.

E ancora, nei più minuti dettagli, l'uniforme dei Briganti:

"A tal numero: di uniforme con bruno calzone a rosse e larghe strisce, panciotti e giacche alla cacciatora turchini; tempestati di bottoni di argento. Capello ....con nastri vellutati di fina seta che a guisa di coda di pavone, a lunga tesa coprivagli spalle e dorso fin sopra il ginocchio. Ricco fucile a due colpi guernito di lame d'argento e coltelli da uno o due tagli, guernito dal manico come il due colpi, formavano il brigantesco uniforme. Ecco l'altera figura del brigante, ecco la sua minacciosa e pericolosa e spagnolesca armatura. Lo vediamo quasi, incedere arrogante e fiero di sè, consapevole del compito di tutore della giustizia e vendicatore degli opressi.

L'ampiezza dei particolari con cui si descive l'abbigliamento brigantesco, mostra una quasi compiaciuta ammirazione che contrasta con il giudizio più sopra espresso.

L'ignoto scrittore ci offre queste notizie introducendosi a parlare di uno dei più noti Briganti petronesi: Angelo Rocca, nipote della pia Scalzi Serafina "Frascara" zelante cultrice della Madonna della Cona. Si deve a lei l'acquisto della campana grande, attraverso i risparmi fatti sul modesto reddito del castaneto di Masidandali.

Angelo Rocca è nipote di sì pia donna. Non bastano a stornarlo dalla via del delitto le di lei amorevoli preghiere.

"A vece di seguire - così continua l'anonimo - la via della zia seguì l'orme di quest'ultimi (i briganti) a scelleratezze. Unitovisi Angelo Rocca la par degli altri si deè ad ogni sorta di scelleratezza: molestando di giorno e di notte le genti pacifiche, nelle capanne, nelle singole casine e casolari campestri, chiedendo larghi compensi a quei malcapitati che tenevano in ostaggio; grandi strage d'armenti e foresami che li custodivano, e talvolta volevano passare anche essi al consorzio della pacifica gente come solea fare il Rocca: il giorno umile agnello, di notte lupo rapace.

L'attività del brigante è questa: di giorno umile agnello, di notte lupo rapace. L'uomo del tempo, insofferente del turbamento che la vita pacifica dei campi subisce, condanna senza voler risalire ai moventi del fenomeno di criminalità. Il panico diffuso nelle campagne durante gli anni del brigantaggio è evidente.

Angelo Rocca arrestato nel 1861 e condotto nelle carceri di S. Giovanni in Catanzaro, ne esce dopo 22 anni nel 1883 disfatto fisicamente e bisognoso delle amorevoli cure della zia Serafina.

Altri briganti noti nella zona ed operanti nei boschi dei dintorni di Petronà: Giosafatte Talarico, Luigi Muraca, Pietro Bianco, Pietro Curia.Si narra che fu proprio il Muraca colpito da ampia taglia a tradire un gruppo di briganti offrendosi collaboratore della Forza pubblica e dei volontari della zona. Nella vicenda è implicata una avvenente giovane "Generosa" (generosa di fatto e non solo di nome) che nel sotteraneo di un casolare a Spineto (località turisticamente oggi molto nota nella Sila Piccola di Cosenza) custodiva il drappello di briganti, poi scoperti ed arrestati per il tradimento di Luigi Muraca.

Il poeta petronese Antonio Parise, nato nel 1905 conta in un suo poemetto di eleganti ottave di tipo ariostesco le imprese audaci di una squadriglia di briganti capeggiati da Pietro Curia.

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